Postato da: OlivierLeLican - sabato, 29 agosto 2009 - 21:13

Fissai la superficie del lago. La mia immagine era distorta dal mio stesso movimento. Sentivo le vene delle tempie pulsare freneticamente. Una parte di me aveva già sentito la luna, mentre l’altra lottava per rimanere lucida. Sarei dovuto rimanerlo, almeno per il tempo del rito. E sarei dovuto fuggire via subito dopo, per non farle del male. Benchè io fossi un Originario, infatti, e benché come tale riuscissi a controllare la mia trasformazione, la perdita di sangue che il rito avrebbe richiesto mi avrebbe portato a uno stato di semi-incoscienza molto pericoloso per lei.
Per lei.
Lei.
Livienne.
Proseguii verso il centro del lago. L’acqua ormai mi arrivava quasi allo sterno. Fredda. Non potei fare a meno di fare quel paragone. Era fredda, proprio come l’acqua del lago dove l’avevo conosciuta. Cinquecento anni prima.


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Postato da: OlivierLeLican - venerdì, 12 giugno 2009 - 11:12
Mikael

«Sei sicuro di volerlo fare?» la voce di Klae risuonò incerta tra le pareti di legno del cottage.
Dalla grande finestra a vetri, oltre gli alberi, si scorgeva il lago. Il sole stava per tramontare. Il cielo aveva assunto una tinta sfumata, che andava dal blu al viola, preannunciando l’esplosione di rossi che presto avrebbe ricoperto l’intera foresta.
«Non credo di avere altre scelte» risposi accendendo una sigaretta. La punta della Lucky Strike sfrigolò e l’odore del tabacco pervase la stanza.
«Non sei nemmeno certo che lei sia la chiave…» incalzò Klae. Ora la sua voce aveva qualcosa di affannato.
«Klae, smettila…» sentenziò Babis dal fondo della stanza, lanciandogli un’occhiata color del ghiaccio.
«Ma se l’umana non è la chiave, se lei muore… morirà anche lui!» il ragazzo alzò sensibilmente la voce, non riuscendo più a trattenere il fiume d’ira e paura che al tempo stesso gli sconvolgevano l’anima.
Non faticai a capire che la gelosia si stava mescolando a una sincera paura di perdermi. Perciò sorrisi e mi rivolsi a lui con la dolcezza di cui, in quel momento, ero capace.
«E’ necessario che io lo faccia, Klae. Se non riporto in vita Livienne, non sapremo mai se lei è la chiave. E se ci precludiamo la possibilità di saperlo, ci precludiamo anche la possibilità di vincere la nostra guerra e continuare a vivere su questo mondo…»
Klae serrò la bocca e deglutì. Io sorrisi, consapevole di aver vinto ancora una volta.
«Andrò al lago prima che la luna sia alta in cielo.»
«Noi staremo lontani, per evitare intoppi…» sentenziò Tara. Si appoggiò al camino acceso, e la luce rossastra della fiamma scivolò sui suoi lineamenti nordici e sui capelli biondi.
«Non vogliamo rischiare di mangiare il nostro tesoro…» ironizzò Babis.
La sola idea mi fece rabbrividire e sentii i muscoli irrigidirsi. La prima luna dell’anno era talmente potente da annebbiare anche i sensi di un licantropo originario come me. Per loro, licantropi impuri, sarebbe stato necessario allontanarsi, o legarsi, per evitare di far del male a Livienne in quei momenti di totale perdita di coscienza.
Babis poggiò una mano sulla mia spalla e mi guardò negli occhi.
«Stai tranquillo. Non permetterò a nessuno del branco di attaccarla.»
«Grazie…» sorrisi.
Afferrai la giacca e uscii fuori dal cottage. Sentii dietro di me gli occhi azzurri di Klae, ma proseguii lungo il sentiero che portava al lago senza voltarmi.
 
L’intera superficie d’acqua era increspata dal vento freddo che proveniva dal nord e che presto avrebbe portato la prima neve dell’anno. Sull’orizzonte, la linea frastagliata delle montagne era diventata una sagoma nera disegnata contro un cielo rossastro.
Sfilai una sigaretta dal pacchetto e l’accesi, avendo cura di riparare la fiamma con la mano.
«Vizi da umani…»
La voce vellutata che mi era arrivata da dietro fu seguita da una sonora risata.
Sorrisi.
«Buonasera, Mikael…»
Mi voltai verso il ragazzino che stava in piedi a osservarmi con un’espressione compiaciuta. Sorrise e inclinò di lato il capo, lasciando ondeggiare la folta chioma dorata e boccoluta.
«Hai un aspetto angelico…» ironizzai.
«Vero? Me lo dicono in molti…»
Il ragazzino si fece avanti, le mani infilate nelle tasche del jeans. Fissò lo sguardo all’orizzonte e continuò: «Sei pronto?»
«Si.»
«Mi piacciono le persone decise» l’arcangelo sorrise e le sue gote si sollevarono. «Unirti a me in questa guerra sarà l’unica cosa sensata che tu abbia mai fatto nella tua vita, lupo.»
«Me lo auguro. Mi scatenerò tanti di quei nemici, che avrò paura di mettere piede fuori casa…» ironizzai.
Mikael sorrise serafico.
«Non preoccuparti dei nemici, adesso.»
Tirai l’ultima boccata di fumo e spensi la sigaretta con la punta del piede.
«Quando smetterai di combattere?» chiesi per stuzzicarlo.
«Quando quello stupido drago smetterà di combattere me. Non sono io l’attaccabrighe, è lui.»
La mia risata riecheggiò lungo le sponde del lago.
Il ragazzo mi guardò serio.
«Olivier, per la parte a cui appartengo, devo farti di nuovo la stessa domanda. Sei certo di volerlo fare? Tu sei un Originario, e lo sterminio perpetuato da Khael non ti toccherebbe. Così, invece, ti metti in prima fila tra i traditori…»
«Sei un angelo tentatore o cosa?» risi. La serietà del suo volto, però, mi costrinse a ridimensionare la larghezza della mia bocca, fino a serrare le labbra.
«Voglio solo che tu sia certo di quello che fai. Noi non costringiamo nessuno a fare qualcosa…»
«Libero arbitrio. Sono sicuro di quello che voglio, Mikael. Voglio proteggere il mio branco, e voglio preservare questo mondo. E rivoglio indietro Livienne…» sussurrai.
«E’ l’umana che vuoi…» l’arcangelo sorrise.
Non riuscii a negare. Era un dato di fatto, ormai, che il mio egoistico desiderio di riavere Livienne si stesse mescolando ad altre aspirazioni più nobili.
«Se lei non è la chiave, come tu affermi, morirà quando tenterà di chiudere le porte oscure. E tu con lei. Questo è il patto. Metà della tua vita, per riportarla qui.»
«Sei uno sporco ricattatore, Mika…» mi concessi l’intimità di quel diminutivo.
«Muovo solo pedine più grandi di te, lupo. Ora vai…»
Fissai ancora gli occhi verdi dell’arcangelo, e mi incamminai verso le acque, fino a quando queste mi lambirono la vita. Il cielo si era ormai imbrunito, e presto oltre la cima delle montagne sarebbe apparsa la luna.
 


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Postato da: OlivierLeLican - lunedì, 08 giugno 2009 - 18:12
Le creste degli abeti secolari dell’Adirondack Park apparvero all’orizzonte, stagliati contro il grigio del primo mattino. Abbandonai la Route 87, e imboccai la strada che mi avrebbe portato dritto al lago dove, affacciato sulle acque blu che riflettevano i colori della foresta, stava il cottage che da un po’ di anni era diventato il nostro ritrovo nelle notti di luna piena.
Il cottage apparve con la solita puntualità, in fondo alla strada, dopo l’ultima curva. Da quel punto in poi l’asfalto diventava sterrato. Parcheggiai il fuoristrada nell’ampio spazio davanti alla casa e scesi. Con un gesto divertito aprii la bocchetta rossa della posta, che troneggiava di fronte alle scale della veranda. Un vezzo voluto da Tara, benché non arrivasse mai posta in quel luogo.
«Olivier…» la voce di Klae mi sorprese, proprio mentre spiavo all’interno della buchetta, pur essendo consapevole del fatto che non vi avrei trovato nulla.
«Sei già qui?» mi sollevai e lanciai uno sguardo al ragazzo che stava di fronte a me.
Lui si scrollò l’acqua dai capelli rossicci e buttò la maglietta inzuppata sul parapetto della veranda.
«Mi andava di godermi un po’ di tempo da solo…» rispose. «Vieni a nuotare?»
«Perché no… chissà che non mi si schiariscano le idee su quello che accadrà stanotte.»
Sfilai dalle tasche del jeans le Lucky Strike e le poggiai sul dondolo. La mia risposta sembrò toccare Klae, che si irrigidì. I suoi occhi azzurri si spalancarono come alla ricerca di qualcosa.
«Che cos’hai?» chiesi.
«Nulla. Solo… tu mi sembri così…»
«Così come?» risi per stemperare la situazione. Sfilai i jeans e la maglietta e lo superai, discendendo il sentiero che portava al lago. Sapevo perfettamente a cosa stava pensando Klae. Non amava sentire dell’incertezza nel mio tono di voce. Forse perché l’avevo creato io, forse perché anche in vita era sempre stato una persona estremamente fragile, pareva che ogni volta che leggesse dell’inquietudine nella mia voce, le sue certezze cadessero.
«Potremmo rinunciare a questa guerra…» sussurrò mentre mi seguiva in acqua.
Diedi qualche bracciata, prima di voltarmi per rispondergli.
«Questa guerra è la nostra guerra. Klae, noi siamo nati dannati. Non siamo nati per conoscere la quiete e la pace…»
«Mi chiedevo solo se…»
Lo bloccai prima che potesse proseguire. «Se non hai intenzione di stare al mio fianco, allora sei libero di andare.»
Non rispose. Sapevo perfettamente che non avrebbe risposto. Klae mi avrebbe servito per sempre, anche a costo di morire. Molte volte avevo odiato questa sua totale dipendenza. Altre volte me n’ero compiaciuto.
«Stasera vedrai Livienne?» chiese.
Annuii. Avevo atteso quella sera da cento anni. Ogni notte senza luna cercavo la sua immagine riflessa nelle acque, che se la portavano via increspandosi appena cercavo di sfiorarla. Ma quella notte di luna piena, così come Lui mi aveva promesso, avrei potuto toccarla. Avrei potuto toccarla ogni cento anni.
«Riuscirai a riportarla in vita, vero?» continuò. Nella sua voce lessi una punta di gelosia, e questo mi infastidì.
«Tu spera che io ci riesca, o la nostra stirpe sarà condannata a scomparire, e questo mondo puzzerà di zolfo…»
Mi allontanai a larghe bracciate dalla riva e raggiunsi l’isolotto a pochi metri. Mi stesi a terra, e osservai Klae dalla riva opposta. Avevo profondamente amato quel ragazzo. L’avevo trovato mezzo morto sulle rive del Tamigi. Si era lanciato da un ponte, e aveva sbattuto la testa contro gli argini, trascinato dalla corrente. Quando avevo visto il suo corpo, alla luce della luna, ciò che mi aveva colpito di lui era stata la pelle bianca come il latte. Sulla fronte erano appiccicati i riccioli rossi inanellati. Una lunga striatura scarlatta gli colava sugli zigomi alti. L’odore del sangue mi aveva attirato fino a lui. Ma quando mi ero fatto più vicino, e l’avevo osservato, la fame era svanita. Quell’essere meritava di qualcosa di più della morte. Meritava la vita eterna, tanto quanto io meritavo di non essere più solo.
Affondai la mano nell’arena dell’isolotto e fissai il ragazzo, che ora si era seduto sul piccolo molo a cui era attraccata una barca. Klae era sempre stato geloso di Livienne. Forse aveva sempre temuto il momento in cui sarei riuscito a riportarla in vita. Era da giorni che mi fissava, in silenzio. La cosa mi irritava profondamente.
Inspirai l’aria. Una nota dolciastra, familiare, punse il mio olfatto e mi riportò alla realtà. Socchiusi gli occhi. Poco dopo vidi apparire, oltre i tronchi degli abeti, Tara. Si avvicinò a Klae, e gli tuffò una mano tra i capelli rossi. Si appoggiò al molo e mi salutò con la mano. Un attimo dopo giunsero anche Babis e Artemis. Era arrivato il momento.


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Postato da: OlivierLeLican - giovedì, 04 giugno 2009 - 09:33

C’era un tempo in cui la luna del lupo era temuta dal popolo. La prima luna piena dell’anno. Luna di neve. Luna calma. Luna fredda. Era quando i lupi scendevano a valle.

Dalla vetrata del mio appartamento riuscivo a vedere il satellite, a cui mancava solo un sottile spicchio per mostrarsi in tutta la sua magnifica bellezza. Ne sarei stato rapito, come sempre. Avrei fissato quella morbida e sensuale forma rotonda, e sarei impazzito.

Spensi il mozzicone di sigaretta con un gesto svogliato, e passai la mano tra i capelli scompigliati e la barba lunga di giorni. Capii che era il momento di darci un taglio. Mi alzai e andai allo specchio. Fissai la mia immagine. Ormai sul volto si vedevano solo gli occhi azzurro ghiaccio. Bocca e naso erano nascosti dai peli della barba.

Girai la manopola dell’acqua calda, che uscì con uno sbuffo di vapore. Afferrai distrattamente la schiuma, in un gesto ormai automatico, e la passai sulle guance. No. Non volevo che l’indomani Livienne mi avesse visto così sbattuto. Passai la lama sulla pelle. Il rasoio lasciò dietro di sé un solco rosa e morbido. Se Livienne mi avesse visto così, avrebbe capito che qualcosa non andava. L’avrebbe capito comunque, forse. Ma un po’ più tardi. Ancora un’altra passata e il lavandino si riempì di peli. Passai l’asciugamano sulle guance lisce. Ripresi il rasoio e feci un’altra passata sul collo. Livienne non doveva sapere. Non ancora, almeno.

Il rasoio affondò nella pelle.

«Cazzo…»

Dal taglio uscì un rivolo di sangue scarlatto che cadde nel lavandino, con un tonfo sordo che avrei potuto udire solo io. Tamponai la ferita, che in un attimo si rigenerò.

Sfilai la maglietta consunta e i pantaloni e mi infilai nella doccia. L’acqua prese a scorrere calda, lavando via ogni pensiero. Quasi. Ad ogni modo, la maggior parte dei pensieri se ne andò nello scarico, insieme al bagno doccia di mirra. Spensi il getto d’acqua e restai per un attimo con i palmi delle mani appoggiati alla fredda parete di ceramica.

«E’ ora di andare…» sussurrai.

Mi piaceva pensare ad alta voce. Mi asciugai e mi vestii. Mi guardai allo specchio.

«Dovrei smetterla di vestire di nero…»

Sfilai una sigaretta e la misi tra le labbra. Afferrai la giacca ed entrai nell’ascensore. Trenta piani dopo, all’uscita delle porte a vetro girevoli, un’ondata d’aria fredda, carica di neve, mi avvolse. Accesi la sigaretta.

Con un rapido sguardo puntai la prima Steak House di Time Square, e mi ci infilai dentro.

«Una bistecca, per favore…»

«Come la vuole?» il ragazzo tirò fuori il taccuino dalla tasca posteriore dei jeans.

Gli fissai la giugulare azzurrastra. Pulsava freneticamente sotto la pelle, ma trattenni l’istinto da predatore. Non mi sembrava né il luogo, né il momento adatto.

«Al sangue, grazie.»


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Postato da: OlivierLeLican - martedì, 02 giugno 2009 - 21:10
 
Io non dormo mai. Per me è impossibile dormire.
Passo le notti appoggiato alla finestra a vetri che dà su Time Square, mentre il rivolo di fumo della sigaretta, appoggiata al posacenere, si leva contorto. Trenta piani sotto di me, la gente cammina in un mare frenetico che non si concede un solo attimo per pensare.
Adoro questa città. Anche lei non dorme mai.
Mi piace pensare che condividiamo questa sorta di insonnia.
Fisso le luci al neon dei cartelloni pubblicitari. Le luci si mescolano con quelle dei taxi che sfrecciano sulla strada. Da un lato c’è la pubblicità di Chanel, dall’altro quella di un pugno di patatine dorate che svettano dentro un enorme contenitore rosso. Di fianco c’è la faccia del presidente, che sorride, e poco più sopra la pubblicità di un film sui licantropi. Il volto dell’attore troneggia da un lato, belloccio ed efebico. Riafferro la sigaretta e do un lungo tiro. Il sapore di nicotina mi scende rapido nel palato, fin dentro i polmoni, e poi nel sangue, intorpidendomi leggermente. Continuo a guardare il cartellone e mi chiedo quanto possano saperne gli uomini di un licantropo. Non quanto possa saperne io, certo. All’improvviso penso che mi toccherà andare a vedere il film. Credo che me ne andrò in uno dei tanti cinema di Manhattan, e mi siederò nell’ultima fila. Non prenderò popcorn. E forse sarà meglio andarci prima della prossima luna piena.


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Postato da: OlivierLeLican - martedì, 02 giugno 2009 - 21:09

La tana del lupo riapre.
Oh, lo so. L'ho detto tante volte, ma stavolta è diverso. Ho ritrovato la voglia di scrivere e ho ritrovato Olivier.
Non spenderò molte parole su questo, lascerò parlare i fatti...
Un grazie particolare a Valentina per avermi fatto tornare la voglia di riaprire.

Un bacio a tutti!

Oriana


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